leonardi“Un grande presidente disse che la mia fortuna è che sono diventato così grazie alle mie influenze musicali”

Sposato, con due figli, Pietro Leonardi nasce nella periferia di Roma. A Tor Bella Monaca, un quartiere della Capitale situato in zona Torre Angela, nel territorio del Municipio Roma VIII, Leonardi fa le scuole dell’obbligo e muove i primi passi prima di trasferirsi a Monterotondo. Lì, nella provincia di Roma, inizia il cammino che lo farà diventare uomo: scuola di ragioneria e conservatorio. Musica e formazione, un binomio  che lo accompagnerà per il resto della sua vita.

“La passione per la musica me l’ha inculcata mio padre. – spiega – Lui era un amante della musica e del calcio. Era un amatore dell’arte musicale e questa sua passione mi entrò, subito, nel sangue. Da ragazzo mi dilettavo e devo dire che, nonostante i tanti allenamenti nel calcio, riuscivo meglio proprio nella musica. Ero più bravo a suonare poi la vita, si sa, è strana ed ora sono più bravo a fare il dirigente di calcio”.

Sorride Leonardi mentre ricorda il suo spartito, quello della sua adolescenza: “Mi sono diplomato al conservatorio, ho suonato in varie realtà. Mi esibivo e insegnavo al conservatorio. Il tempo lo passavo suonando tra orchestre varie e concerti jazz”. Non solo musica però. “Contestualmente a questa passione, cavalcavo sempre l’amore per il calcio. Mi divertivo ad allestire le squadre. Era un hobby. Insieme ad un gruppo di amici di Monterotondo ci divertivamo”.

Un bel giorno, a Monterotondo, arrivano Marco Micangeli e Giuseppe Cionci che creano una società ambiziosa. Da lì, il passatempo calcio, diventa una professione. “Ho iniziato così a ricoprire la carica di direttore generale del Monterotondo. Da quell’incarico e a L’Aquila ho avuto la consapevolezza che quella, anzi questa, era, è e sarà la mia vita”. Il passo ad Empoli, poi, è breve. “Ringrazio Fabrizio Corsi e Fabrizio Lucchesi. Grazie a loro sono arrivato in una società importante come quella azzurra”. Da lì è iniziato un vero e proprio percorso professionistico.

“Tutte le squadre sono state importanti per la mia formazione. Sia umana che professionale. La differenza più grande, che ho notato, tra le realtà di provincia come Monterotondo e L’Aquila e società più affermate come l’Empoli è il rapporto professionale che c’è con i calciatori e tutto l’ambiente”. All’Empoli continua il percorso di crescita per Leonardi. “C’era un’organigramma ben strutturato ed ho imparato molto fino a coronare anche il sogno della Serie A”. Dalla Toscana alla Campania con la parentesi, da direttore generale al Savoia.

Nel 2000 arriva la chiamata della Juventus. La Vecchia Signora del calcio italiano si accorge di Pietro Leonardi e lo vuole con se. Leonardi occupava il di Responsabile del Settore Giovanile, ma non solo: “Facevo parte di uno staff di alto livello. Antonio Giraudo e Luciano Moggi mi facevano vivere, molto, l’ambiente della prima squadra. Tra tutte le palestre che ho frequentato, la Juventus è stata la migliore. C’era un rapporto simbiotico con tutta la dirigenza e anche nel mercato ero sempre vicino a Moggi”.

La Juventus ha dato molto a Leonardi e lui, da ottimo scolaro, ha appreso bene. “Se ora posso fare l’Amministratore Delegato di una società importante come il Parma devo dire grazie a Giraudo e Moggi. Si parla tanto della Juventus, spesso a sproposito. La Juventus bisognerebbe viverla. Mi hanno insegnato cos’è la cultura del lavoro e come si amministra una società di calcio. Lì si lavorava veramente 24 ore su 24”.

Da un bianconero ad un altro: l’Udinese e la favola friulana. “Nella Juve c’è l’obbligo di vincere sia sul campo che nella logica aziendale. Nell’Udinese, invece, c’è una ricerca del virtuosismo. In Friuli c’è una cultura che funziona a prescindere da me. Un metodo di lavoro che ha permesso di raggiungere tanti traguardi anche storici”. E’ lì che Leonardi impara l’arte del ‘virtuosismo’.

Nella stagione 2006-07, Leonardi diventa vice presidente alla Cisco Roma. “Rimpianti per quella scelta? Neanche un po’. Sono andato a Roma perché avevo l’esigenza di tornare a casa. C’era la possibilità, reale e concreta, di andare alla Lazio e la scelta della Cisco sembra essere propedeutica. Ho rischiato tanto, ma in quel momento storico era giusto così”. Il calcio è così, è fatto di scelte, di bivi. Come nella vita. “L’anno precedente ero a Barcellona con l’Udinese e pochi mesi dopo, invece, mi sono trovato con il mio collaboratore più stretto, Antonello Preiti, a preparare una partita contro il Poggibonsi. Ero contento – spiega Leonardi – di vivere quel contesto. Non ho mai preso sotto gamba quella avventura”.

La famiglia Pozzo, però, non si scorda di lui. “Essere tornato all’Udinese è motivo di grande orgoglio professionale. Se una società di Serie A ti richiama a lavorare vuol dire che, quello avevi fatto in precedenza, ha avuto un valore. Sono felice è contento di essere arrivato in Champions League, quella vera. Andare a giocare a Barcellona, e arrivare nei quarti di finale di Coppa Uefa contro il Weder Brema per una realtà come quella dell’Udinese è motivo di orgoglio”.

Il giovane presidente del Parma Tommaso Ghirardi lo vuole a Parma e Leonardi accetta. “Qui posso esprimermi e fare serenamente il mio lavoro. Non è facile trovare realtà così. Con il presidente c’è unione di intenti, siamo una squadra”. In Emilia, però, c’è di più. Il concetto di ‘virtuosismo’ è sempre più forte nel modus operandi di Leonardi. Da lì in poi è storia, Parma è il presente

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